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Something interesting I found on the net

Page history last edited by PBworks 14 years, 7 months ago

Fran: This is an article I found on the net (the link is on the link page). It's something related to what Gabriela started in class this morning and something that could be interesting for Libera's project too. See you soon.

 

 

04/04/2003

Guerra in Iraq: mosaico d'informazione

 

 

Se fare informazione su un conflitto in corso è difficile di per sè, per i fotoreporter italiani sembra impresa quasi impossibile: la guerra amplifica quelli che sono i maggiori problemi del fotogiornalismo nostrano. Difficile riuscire ad andare sul posto Nessuna testata italiana, come tristemente noto, utilizza il fotografo-inviato. la Repubblica, ad esempio, ha addirittura due cronisti inviati ad ogni fronte (Bernardo Valli e Renato Caprile da Baghdad, Carlo Bonini e Giuseppe Davanzo da Bassora), ma di fotoreporter neanche l'ombra. In una recente intervista apparsa proprio su la Repubblica di Domenica 30 Marzo 2003, Arthur Ochs Sulzberger Jr, editore del New York Times, ha dichiarato che il suo giornale ha inviato a Baghdad un cronista (John Burns) e un fotoreporter (Tyler Hicks); nonostante i rischi per i fotogiornalisti siano maggiori che per i cronisti, nonostante la censura statunitense sulle immagini, nonostante i rischi per un fotoreporter della nazione nemica di quella che lo ospita crescano esponenzialmente ad ogni giorno di permanenza. Un esempio di ottima mentalità giornalistica che i quotidiani italiani ignorano e che farebbero bene ad imitare. Difficile scattare le foto I conflitti contemporanei sono condotti con missili, bombe, computer, pulsanti, aerei invisibili, quindi sono oggettivamente difficili da far vedere. Quello che si dovrebbe mostrare sono le conseguenze di un intervento armato, gli effetti di un bombardamento, lo stravolgimento di un paesaggio o di un tessuto sociale. Ci si riesce? Poco, qualcosa arriva, ma molto rimane dov'è, invisibile o reso tale. La solita doppia censura delle due parti in conflitto rende difficoltosa qualsiasi ripresa che non sia rigidamente controllata. Siamo in un periodo in cui autorizzazione significa controllo. I cosiddetti "embedded photographers" (coloro che sono al seguito delle truppe anglo-americane) hanno una posizione privilegiata ma facilmente controllabile, visto che la loro permanenza al fronte dipende dalla firma di un documento di due pagine e cinquanta articoli in cui è scritto che il sì alla pubblicazione è solo del comando operativo militare ( vedi il documento pubblicato da Fotografia&Informazione ). Certo, siamo fiduciosi nella professionalità dei fotogiornalisti e sappiamo che le nuove tecnologie digitali rendono più difficoltoso il controllo sulle immagini, ma ci resta comunque il sospetto che l'operato dei fotoreporter sia inevitabilmente e incosciamente influenzabile dalla convivenza con le forze armate. Coloro che invece stazionano sul fronte iracheno sono costretti a brevi visite di gruppo, organizzate e guidate da qualche funzionario del ministero dell'informazione che sceglie i luoghi più significativi dove cronisti, fotoreporter e operatori tv possono documentare solo in comitiva e solo lì. Andarsene in giro da soli, senza autorizzazione, sarebbe una grave leggerezza (come quella commessa da Molly Bingham, fotogiornalista free-lance arrestata e poi espulsa dall'Iraq perchè entrata con un semplice visto turistico: una pianificazione del lavoro ai limiti del dilettantesco e altamente criticabile). Difficile gestire l'utilizzo delle immagini Le poche fotografie che giungono alle redazioni subiscono ulteriori maltrattamenti: il malcostume più diffuso è quello dello stravolgimento della didascalia ( vedi l'osservatorio di Fotografia&Informazione in proposito ), inesattezze e modifiche sono all'ordine del giorno; segue a ruota la mancata indicazione dell'autore della foto, significativo in tal senso è il cattivo esempio de la Repubblica che dall'inizio del conflitto non ha mai inserito nemmeno la provenienza di un'immagine; ci sono poi le immagini utilizzate come illustrazioni o tappabuchi, e qui si sprecano tagli e squartamenti in totale mancanza di rispetto per il lettore e, ci si consenta, per il lavoro del fotoreporter; infine, novità, ecco spuntare l'utilizzo delle immagini come piccoli loghi: a corredo di una breve notizia o di un trafiletto, la foto, publicata in formato ridottissimo, diventa simile ad uno dei tanti "pulsanti" che vediamo sulle pagine web, finita lì per averne la stessa funzione di richiamo. Informare con le immagini sembra un'utopia, utile ad un sistema mediatico italiano che riesce così a poltrire su una comoda propaganda preconfezionata: contenti loro! Noi molto meno: come lettori e come operatori dell'informazione siamo costretti a ricostruire un mosaico fatto da tanti tasselli di informazione che dobbiamo con fatica andarci a cercare quotidianamente.

Leonardo Brogioni

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